La nazione? Sono io!

Siamo in piena scuola berlusconiana nel melonismo postberlusconiano, in un miscuglio tra delirio di onnipotenza e marchesogrillismo d’antan: Giorgia Meloni, scimmiottando un po’ il padre nobile della moderna destra...

Siamo in piena scuola berlusconiana nel melonismo postberlusconiano, in un miscuglio tra delirio di onnipotenza e marchesogrillismo d’antan: Giorgia Meloni, scimmiottando un po’ il padre nobile della moderna destra italiana, incalza nei comizi che tiene nelle adunate della sua famiglia politica non tanto sulle vicende del caso Almasry, che passa letteralmente in secondo piano, quanto sul fatto che lei è identificabile con la Nazione, con la Patria, con lo Stato. Per carità, almeno ci si risparmi la simbiosi con il laicamente sacro concetto e pratica della forma repubblicana.

Berlusconi diceva a suo tempo: i giudici se vogliono giudicare, bisogna che si facciano eleggere. Affermazione che riguardava proprio il ruolo dei magistrati. Perché mai lui, capo del governo arrivato dall’azzardo imprenditoriale, avrebbe dovuto, oltre al rischio di impresa, avere anche il rischio di una maggioranza traballante a causa delle inchieste della Magistratura? Se davvero si voleva, per l’appunto, giudicarlo, esibire, prego!, il mandato popolare per poterlo fare.

Dal paradosso berlusconiano, che poi paradosso non era nemmeno tanto, se si prova a ripensare concretamente alla furia cieca del sommovimento tellurico di quegli anni contro la Costituzione, contro la strutturazione politica di uno Stato dall’incerta democrazia, protetta soltanto dal vecchio arco parlamentare facente riferimento al progressismo tanto di sinistra quanto cattolico-liberale, ai giorni attuali: qui ed ora, dove Giorgia Meloni riprende l’assunto del Cavaliere nero di Arcore.

Lo aggiorna, lo attualizza: se i magistrati vogliono fare politica, si facciano eleggere. Se sia un passo avanti o meno rispetto agli anatemi berlusconiani, pare difficile poterlo affermare o negare. Tutto è in grembo a Giove, perché ogni giorno ne viene fuori una nuova che smentisce la precedente e, si sa, a destra sono bravissimi nel lanciare il sasso e ritirare la mano. A sinistra si beccano la pietra tra i piedi o in faccia, protestano un po’ e poi, siccome le politiche sui migranti le hanno gestite con simile colpa nei trattati bilaterali con l’insanguinata Libia, meglio evitare una commissione d’inchiesta, così come proposta dal radicale Magi.

Ma Giorgia Meloni apre la porta ad una narrazione, che non è nuova, ma che pretende di prendersi la scena delle prossime ore e dei prossimi giorni: lei rappresenta la Nazione, l’Italia. Ha un consenso popolare ampio, ha la maggioranza del Parlamento e, quindi, quella relativa dell’elettorato. Ha, quindi, titolo per giudicare chi vorrebbe giudicarla e ha titolo – sostiene la Presidente del Consiglio – per rimandare al mittente delle accuse che non stanno né in cielo né in terra. Forse in mare, là dove i migranti crepano tra il freddo dei flutti. Forse nella continguità tra deserto dei lager e tomba mediterranea.

Lì, nella zona nera dove i torturatori fanno proprio questo: non sciolgono catene, ma le mettono. Non aprono le porte, ma le chiudono. Non salvano le vite, ma le violentano. Anche quelle più innocenti, quelle dei bambini. Crimini ripugnanti, degni soltanto delle accuse della Corte Penale Internazionale dell’Aja che, proprio questi paesi dell’ex terzomondismo, trattano come se fosse un tribunale da barzelletta, un instrumentum privo di qualunque autorità. Una paccottiglia propria di una Europa e di un Occidente che vuole regolare il mondo e che non si rende conto di non poterlo fare.

L’ONU ha perso, parimenti, autorevolezza e, quindi, anche quel minimo di autorità in seno alla comunità internazionale: altre organizzazioni come quella mondiale sulla sanità vengono svilite e prese in giro dalle nuove amministrazioni della destra che più destra non si può. Resiste, forse, soltanto l’imperalistissima NATO, perché serve a mantenere i supporti letteralmente basilari del militarismo occidentale qua e là nel mondo: dal Manzanarre alla Mezzaluna fertile. Per il resto è un pigliarsi gioco del diritto internazionale, dei diritti umani, delle fondamenta su cui era stata tentata la riedificazione pseudo-pacifica del mondo dopo la seconda grande tragedia mondiale.

Ed oggi, così, nell’Italia del melonismo a tutto spiano, senza, per ora, alcun richiamo formale da parte del Quirinale, Giorgia Meloni può permettersi di accusare i giudici di partigianeria politica, quasi di tradimento nei confronti dell’Italia: come se pugnalassero alla schiena il Paese ed impedissero, così, al giustissimo e santissimo governo della famiglia e del focolare, cristianissimamente devoto alla volontà di Dio nell’esercizio del potere esecutivo, di poter operare nella pienezza del suo diritto. L’unico che è riscontrabile: tutti gli altri sono soggetti soltanto al nuovo corso.

Il corso del regno repubblicano, della nuova monarchia nera fatta di baci e abbracci con Trump, Musk, Milei e ogni altro referente dell’internazionale retriva del peggiore populismo conservatore mai visto negli ultimi cinquanta, sessant’anni. Lo battono soltanto le dittature militari che precipitavano dagli aerei gli oppositori politici e ne facevano dei desaparecidos. Per il resto, le premesse per un neoautoritarismo largamente condiviso nel nome dell’emergenza (anti)sociale alimentata dalle politiche sostenute dal governo stesso, ci sono. E ci sono proprio tutte.

«Non sono preoccupata né demoralizzata. Quando ho accettato di guidare la nazione sapevo a cosa andavo incontro. Ma quello che sta accadendo è un danno alla Nazione e questo mi manda ai matti. Ci sono alcuni giudici che vogliono governare: si candidassero. Io non mollo di un millimetro». Si deve riconoscere alla premier la schiettezza di una nettezza ininterpretabile. Il linguaggio è da conducator: “guidare la nazione“, “danno alla nazione“, per finire con un parafrasabile: “Noi tireremo diritto!“. Del resto, lo aveva già preannunciato nel messaggio video dato in pasto alla voglia di odio di una parte del popolo social.

Che oggi lo sottolinei nuovamente, non crea poi molto scalpore. Ma serve a deviare l’attenzione dalla vergogna della liberazione, con volo di Stato fino in Libia, di quello che i giudici della CPI definiscono come un pericoloso torturatore, criminale contro l’umanità. Ma questo è il governo che, poi, in fondo, mica fa figli e figliastri. Se Netanyahu, altro ricercato per atrocità simili nella lunga guerra di annientamento del popolo palestinese in quel di Gaza (ed ora in Cisgiordania), è quasi dichiarato ospite gradito, assolutamente al sicuro dall’ordine di cattura internazionale, il cerchio alla fine si compone nella sua perfezione geometrico-politica.

Torturatori libici e sionisti, che siano generali o primi ministri, poca distinzione fa. Nessuna vergogna del governo italiano. Le linee guida patriottico-neonazionaliste dell’esecutivo meloniano si configurano nel solco tanto del passato muscolare dei regimi repressivi, quanto nel presente autoritario di quelli che fingono un’essenza democratica e che, in fondo in fondo, occhieggiano alla mano di ferro con sopra un guanto di velluto. Finzione mia come mi sei cara. Ma anche quanto mi costi… Perché, diciamocelo senza troppi giri di parole, questa vicenda della liberazione del criminale Almasry è sfuggita di mano al governo Meloni.

La Presidente del Consiglio, mentre parla ad una iniziativa di Porro su “La ripartenza 2025” (titolo tutt’altro che enfatico, anzi, pure pragmatico, ma che sà del pragmatismo un po’ agnelliano della famosa “ripresina” mai avvenuta…) tradisce qualche scampolo di sincerità: l’aveva messo in conto che potesse scatenarsi, se non il finimondo, quanto meno la reazione indignata delle opposizioni. Perché, alla fin della tenzone, anche lei sa di aver liberato un soggetto poco raccomandabile. Pericoloso, dice Piantedosi. E per questo lo si mette su un volo di Stato e lo si lascia sbarcare nel paese in cui è più pericoloso che altrove… Logica eccellente. Se disumanamente intesa.

Intanto nessuno può chiedere conto al governo del suo maloperato. Il Parlamento è chiuso fino a martedì, perché i ministri si rifiutano di rispondere alle Camere del loro splendido operato. E, quindi, ci si scontra per procura, per indiretta dialettica social: a colpi di X, di Facebook e di dirette Instagram. Tutti contro tutti, con in mezzo i migranti che devono essere portati in Albania, con inviati de La 7 che documentano il sinistro presagio di quei campi con filo spinato in alto, sopra inferriate da iper zona rossa. Altro che G8. Non avevamo ancora visto niente.

E poi c’è chi pensa che la Storia non si ripete. Mai uguale a sé stessa, ma si ripete eccome. Non è questione di farsa e tragedia, perché qui della farsa nulla ha più l’aspetto. Ci resta solo la tragedia. Così, per aggiungere il carico da undici (o cifra a piacimento, decidete voi, secondo quanti migranti magari muoiono questa settimana in mare o quanti detenuti si suicidano…), si vocifera di porre sul caso Almasry il “segreto di Stato“. Silenzio, che parla solo Giorgia. Tutti gli altri debbono tacere. Il nemico ti ascolta, sempre. Questa dissimulazione dell’angoscia mediante l’uso di una ironia, peraltro necessaria a sopportare questi affanni, dosata col contagocce dei medicinali salvavita, lascia alla fine il tempo che trova.

Non c’è più spazio per la minimizzazione dell’accelerazione autoritaria di quelle che sono prassi di un governo che detesta la Costituzione, è sprezzante nei confronti del parlamentarismo, parla di Patria solo per affabulare elettorati mobilissimi, sedotti dal concetto di appartenenza etnica, inebriati da sogni di gloria da posto al sole in un Africa dove, ieri come oggi, combiniamo soltanto spaventosi disastri. Lo ammettono anche i conduttori televisivi di trasmissioni che festeggiano tre decenni di tricameralismo catodico: la politica pragmatica esige che ci si interfacci anche con i torturatori.

Oh! Finalmente qualcuno che parla chiaro perché l’indifendibile è diventato davvero indifendibile e il Re (o per meglio dire la Regina) è nudo! Anche molti migranti lo sono, violati nelle loro esistenze, sferzati dalle torture, vilipesi nell’intimo delle coscienze, strappati alle loro stesse carni. Ma per quelli la nudità è quasi una costante, una abitudine da telegiornale che, mentre mostra una pelosissima pietas d’ipermodernista avanguardismo, da neosquadrismo istituzionale, si fa icona della regressione (im)morale in cui ci stanno facendo piombare.

Mantenere almeno sufficiente il livello di una critica del suprematismo governativo nei confronti della Magistratura come, ovviamente, della centralità del Parlamento nella Repubblica, è il compito che tocca avere come forma resistenziale che si faccia sostanza in una opposizione di massa da solidificare negli intenti, da rendere mobile nelle prossime mosse: sontuosamente pacifiche ma risolute.

C’è un’Italia che non è meloniana. A tutta questa Italia tocca il recupero di una parte dell’altra. Il riportarla su un piano democratico, sociale, civile, solidale ed egualitarista. La modernità del nostro Paese non può consistere oggi nell’odio, del disprezzo, nella differenza come stigma, nella separazione e nella divisione, oltre che di classe, di genere, di etnia, di cultura. A questi non va fatto alcuno sconto, anche se siamo in periodo di saldi. Il prezzo pieno delle loro malefatte, prima o poi, lo dovranno elettoralmente pagare.

MARCO SFERINI

31 gennaio 2025

foto: screenshot ed elaborazione propria

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