In decenni e decenni di defiscalizzazioni, deregolamentazioni e semplificazioni normative, nonché in un ultra trentennale disposizione di tante categorie economiche e imprenditoriali di medio di grande stampo, la cumulazione dei profitti è stata la prima regola seguita.
Seguita da quegli stessi uomini e da quelle stesse donne di impresa, che fanno l’impresa, che generano dunque – a detta della vulgata “sensata“, quella della classe cioè dominante – la ricchezza del Paese, mandando avanti il “sistema Italia” e che oggi si lagnano, piagnucolano, si lamentano e si stracciano le vesti per il crollo economico che deriva dalla pandemia che ha colpito l’universo mondo.
Ma a lamentarsi dovrebbero essere non i medi e grandi imprenditori, ma semmai le partite IVA e tutti i lavoratori precari, schiavizzati con i voucher proprio nei periodi estivi da quei “datori” di lavoro che li hanno assunti a chiamata, per pochi giorni, magari anche poche ore, traendone il massimo profitto.
Il Covid-19 all’epoca c’era anche se non c’era. C’era per questi giovani e meno giovani lavoratori che la crisi economica, la crisi del loro futuro l’hanno sempre vista, l’hanno vissuta quotidianamente e non hanno potuto mai appellarsi al “rischio di impresa” come alibi per ottenere dallo Stato remunerazioni e indennizzi che oggi vorrebbero distribuiti alle imprese soltanto e che negherebbero ai moderni proletari.
Ma, del resto, se questi personaggi che fanno impresa (ma che non fanno nessuna impresa cavallerescamente parlando, che quindi di “nobile” non hanno nulla, soprattutto l’animo) fingono ancora di non aver compreso la lezione scientifica del marxismo, l’analisi certosina, cristallina del funzionamento del loro sfruttamento nei confronti dei lavoratori; se pensano di poter propinare ancora la storiella della crisi economica che subirebbero e che patirebbero i lavoratori e il Paese a causa loro, si sbagliano di grosso.
Sono in grado, grazie ai profitti accumulati in decenni di evasioni fiscali portentose e di aiuti di Stato, nonché di sostegni mediante lo scudamento dei capitali trasferiti all’estero per non pagare le giuste tasse sull’italico suolo, di sostenere l’economia pubblica di questo Paese e i bisogni di quelli che fino all’altro ieri hanno beceramente sfruttato per una intera stagione persa a causa dell’accidente del Coronavirus.
Le lacrime di coccodrillo degli imprenditori provate ad asciugarle con le pagine de “Il Capitale” e vedrete che spariranno subito.
(m.s.)