Trump e la “più grande deportazione” della storia americana

Comprendere la reale portata del fenomeno trumpiano significa, almeno per quanto riguarda il contesto dell’America come sineddoche del mondo e degli Stati Uniti come sineddoche dell’intero continente, non tralasciare...

Comprendere la reale portata del fenomeno trumpiano significa, almeno per quanto riguarda il contesto dell’America come sineddoche del mondo e degli Stati Uniti come sineddoche dell’intero continente, non tralasciare nulla di quello che il magnate candidato nuovamente alla presidenza a stelle e strisce dice o fa, dando per scontato che si tratti della solita retorica populista, nazionalista, mescolata ad una buona dose di complottismo autoritarista.

Nei giorni della “convention” repubblicana, che lo ha acclamato senza lasciare spazio ad altre candidature, e che ha accolto la nomina del suo vice Vance con altrettanto entusiasmo, Donald Trump ha pronunciato discorsi che hanno fatto impensierire, ma non stupire certamente, tre quarti del pianeta.

Dall’Unione Europea agli ucraini per quanto riguarda il prosieguo della guerra nel quasi-cuore del Vecchio continente, alle lande orientali delle questioni parabelliche su Taiwan per passare dal conflitto israelo-palestinese. La sua rielezione comporterebbe inevitabilmente una ricaduta potente di ordini e contrordini rispetto all’attuale amministrazione democratica.

La promessa della fine dei conflitti o, quanto meno, della fine dell’appoggio a questi stessi da parte degli Stati Uniti, compreso il famoso esorbitante finanziamento e pagamento delle quote NATO da parte di Washington, è una iperbolica chimera non solo propagandistico-elettoralistica ma anche una utopia programmatica, una smargiassata tipica di uno come Trump.

Così come l’abbattimento delle tasse per il ceto medio: l’obiettivo dei repubblicani è un trasversalismo economico che mantenga i privilegi delle classi agiate e dell’alta finanza e, nello stesso tempo, continui a tenere legata a sé tutta una proletaria e sottoproletaria America delle periferie e delle zone industriali e della campagne che, delusa dall’inefficienza non-sociale dei democratici, si butterà (o rischia di buttarsi) nella disperata condizione del tentativo di consegna del proprio voto ad un individuo che ha ispirato, incentivato e aizzato la rivolta contro Capitol Hill quattro anni fa.

Ma, peggio ancora, nell’enunciazione del programma repubblicano di Trump e Vance è venuta fuori una parola che fa trasalire, per cui i brividi sono persino poco come reazione psico-fisica: “deportazione“.

Per risolvere – a loro dire – la crisi dovuta all’emergenza migrante, il magnate e il suo vice intendono mettere in essere «…la più grande operazione di deportazione nella storia del nostro paese…». Inutile dire che richiama alla mente tutti i peggiori crimini genocidiari ed olocaustici del Novecento (e non solo nazifascisti).

Se rimaniamo sul suolo americano, anche se per motivazioni differenti, dai conquistadores ispano-portoghesi fino alla dittatura di Videla, la deportazione suona sinistramente nella Storia delle Americhe.

Nessuno può passare sopra od oltre queste parole ed è giusto interrogarsi sul significato profondamente politico, economico e antisociale di un programma disumano come quello che Trump intende mettere in pratica: finire la costruzione del muro lungo tutta la frontiera tra Stati Uniti e Messico e, quindi, cacciare dal territorio della Repubblica stellata tutti i migranti che vi sarebbero entrati irregolarmente.

In fondo, Trump, dopo l’attentato di Crooks, si considera, al pari di Hitler o di altri esempi di soggetti paranoidi ma lucidamente feroci e capaci di mosse azzardate tanto quanto interessate al potere e alla stabilità dello stesso mediante il compromesso con l’economia dominante, un predestinato da Dio a guidare la nazione dello Zio Sam e, quindi, qualunque sua profferta deve essere letta dalla popolazione e segnatamente dal suo elettorato come una sorta di parola divina che si traduce nella pratica della politica quotidiana del futuro governo a guida repubblicana.

Ciò che in realtà Trump respinge è un esercito di mano d’opera che andrebbe ad intaccare il già esorbitante sfruttamento della forza-lavoro negli Stati Uniti.

I migranti sono una ghiotta, cinica occasione per dimostrare la risolutezza di chi intende preservare la purezza razziale nordamericana, le tradizioni culturali e il sistema economico-finanziario per cui i poveri devono rimanere poveri e i ricchi devono restare i detentori di una ricchezza che è frutto dei loro privilegi di classe.

Nonostante passi il tempo, si succedano le crisi capitalistiche e il liberismo evolva espandendosi globalmente, la fisionomia della politica statunitense muta rimanendo sempre fedele ad un principio sistemico: è stata, è e sarà gestita da un numero relativamente modesto di persone enormemente ricche e da un minuscolo numero di aziende dai fatturati stratosferici.

Quando giornali, televisioni e siti Internet americani parlano del “partito di Wall Street” non lo fanno per utilizzare una definizione effimera, per significare in questo modo che esiste solamente un potere della borsa.

Lo fanno perché esistono, se si riprende l’analisi dettagliata di David Harvey nelle sue “Cronache anticapitaliste“, due filoni abbastanza distinguibili nella grande concentrazione delle risorse che si affacciano nel ginepraio dell’alta finanza nazionale, continentale e mondiale.

Uno appartiene, per vicinanza politica, al repubblicanesimo trumpiano, ed è rappresentato dai fratelli Koch e dai loro simili; l’altro è quello più marcatamente simpatizzante per i democratici e porta i nomi di Michael Bloomberg, Tom Steyer, George Soros.

La politica americana risponde a questi due assemblaggi di interessi della classe finanziaria e padronale. Non c’è differenza tra questi due filoni sul piano dell’adesione al neoliberismo. Entrambi, pur nella distinzione politica appena citata, sono fautori di un pieno sostegno al sistema che permette loro di esistere e di essere, quindi, ciò che sono e continueranno ad essere.

Le divergenze riguardano l’approccio ad una serie di politiche concrete che possono determinare, a seconda degli interessi ovviamente privatissimi, un maggiore o minore introito: dal cambiamento climatico all’istruzione superiore.

Dal rapporto tra scuola e lavoro, tra campus e imprese, tra diritti e merito.

Qui spunta uno dei problemi forse più complessi e che ci riaggancia alla questione della “grande deportazione” che Trump ha in mente per tutti i migranti irregolari: all’immagine di colui che tenta l’ingresso in un paese in cui spera di trovare conforto per sé stesso e per la propria famiglia, viene associata dal magnate ogni sorta di pregiudizialità e di retorica populistico-razzista. Il migrante è colui che porta criminalità, malattie, povertà e addirittura distruzione in tutte le città d’America in cui mette piede.

La pluralità culturale, sociale, civile, i diritti universali, tutto viene messo in discussione nel nome della grandezza di un paese che non sarà più il “sogno americano” per chiunque ma solamente per gli americani stessi. E non importa se anche i messicani, gli ecuadoregni, i boliviani, i venezuelani o gli honduregni sono americani: per Trump e Vance solo gli statunitensi hanno diritto di piena cittadinanza nella Repubblica stellata.

Tutti gli altri, soprattutto se sono entrati irregolarmente, vanno cacciati via, al di là del muro che sarà ricostruito e terminato. Questa politica xenofoba fa il paio con le limitazioni dei diritti delle donne e con la per niente malcelata omofobia del campo trumpiano.

Questo neonazionalismo dai tratti apertamente razzisti, esclusivista e capace di negare i diritti umani in prima istanza e, naturalmente, anche quelli di cittadinanza, oltre che, ovviamente, quelli sociali, è la più pericolosa e destabilizzante interpretazione di un neoliberismo che pretende un esercito di schiavi nel mondo imprenditoriale di una classe medio-alta che intende pagare salari sempre meno adeguati agli standard di vita, mentre le garanzie per la classe lavoratrice sia assottigliano sempre più.

La parola “deportazione” aggettivata con quel “grande” che la rende ancora più inquietante, non fa che confermare una serie di presentimenti che originano da un passato novecentesco rievocato ogni volta che qualcuno tratta un popolo o un gruppo di persone secondo una gerarchizzazione di tipo razziale, connotandola etnicamente, dando una rilevanza quasi esclusiva alla provenienza piuttosto che considerare l’interezza dell’umanità come fattore globale e unico di un pianeta in crisi a causa delle scelte fatte fino ad oggi tanto sul terreno economico-strutturale quanto su quello politico-sovrastrutturale.

La spregiudicatezza con cui Trump parla di “deportazione“, apostrofandola enfaticamente come quella “più grande” della storia degli Stati Uniti d’America è figlia di tempi che non vedono più gli americani indignarsi per gli scandali sessuali di un presidente o per i tentativi di corruzione e manipolazione di documenti pubblici o, peggio ancora, per l’incitamento all’assalto del parlamento.

Una metà della popolazione statunitense plaude a questo approccio violento, xenofobo, omofobo e conservatore: plaude ad una destra che è in aperto contrasto con i valori costituzionali e che tratta le persone diversamente a seconda del colore della pelle o della loro provenienza.

Non possiamo ostinarci a negare che al mutamento economico feroce del liberismo è corrisposto un cambiamento radicale nella percezione comune dell’empatia tra esseri umani: la competizione ha prevalso su antichi valori liberali, prima ancora che universali, internazionali e dai contorni socialistici.

Il “capitalismo dei disastri” (la cosiddetta “shock economy” di cui parlava a suo tempo Naomi Klein) è esattamente questo: nel momento in cui la polarizzazione dei grandi profitti e delle concentrazioni finanziarie si strutturalizza e definisce un nuovo ordine globale, la reazione brutale della parte statunitense trova in Donald Trump un garante più energico del duo Biden-Harris.

La stabilità che promette il magnate non poggia su una garanzia dei privilegi della classe dominante e su un mantenimento dell’instabilità sociale che, mettendo poveri contro poveri, permette ampi margini di manovra ai ricchissimi.

La concorrenzialità dal basso aiuta gli equilibrismi dei vertici delle grandi corporazioni e delle aziende che investono in tecnologie costosissime per sogni di gloria ultraplanetari: Elon Musk fra tutti. Quando Trump venne eletto la prima volta, una delle sue promesse fu quella di portare la crescita economica degli Stati Uniti al 4%.

Una promessa ben presto archiviata: durante la sua presidenza i tassi di crescita furono bassi e, tuttavia, sarebbero stati sufficienti a soddisfare – se la distribuzione della ricchezza fosse stata ovviamente dall’alto verso il basso – i bisogni più impellenti di decine di milioni di americani.

Non era necessaria la crescita al 4% per contrastare una povertà dilagante. Era sufficiente redistribuire ciò che la nazione riusciva a produrre in modo tale da far arrivare alle casse dei ricchi molto, ma molto meno di quanto invece incameravano grazie alla protezione del governo di Trump, il nuovo “amico del popolo“.

La pochezza della politica democratica, che ha sciupato ogni occasione possibile di convergenza con la “working class” e ha preferito continuare ad essere sostenitrice del sistema che ha creato gli Elon Musk, piuttosto che cercare di ridimensionare lo strapotere dei magnati e ridare al popolo americano una parte della dignità che questi enormi paperoni gli avevano sottratto per lungo tempo.

A questi personaggi che hanno più ricchezze di interi conglomerati di importanti paesi mondiali, è bastato infiltrarsi anche soltanto con un 20% di azioni in altri gruppi per finire col controllarli direttamente e dare al capitalismo americano una impronta ultraliberista, concentrando sempre più in pochissime mani e menti le decisioni di una economia transcontinentale.

I democratici hanno puntato il dito contro i ricchi come Musk, ma non lo hanno puntato – come molto bene scrive Bernie Sanders nel suo “Sfidare il capitalismo” –  contro il sistema che ha consentito all’accumulazione delle ricchezze di diventare così ristretta ed esclusiva. Soprattutto negli Stati Uniti d’America. La diseguaglianza prodottasi è, infatti, qualcosa di non ascrivibile al singolo imprenditore: è un fatto sistemico, è un prodotto antisociale e immorale di rapporti di forza che vanno capovolti.

Né il finto amico del popolo Trump con il suo vice Vance, né Biden con Harris lo faranno mai. L’alternanza politica yankee non serve alla causa della ripartizione delle ricchezze, dell’uguaglianza e della rivoluzione sociale negli USA. E tuttavia, evitare i progetti criminali delle deportazioni di massa, l’incedere di nuove ondate di xenofobia, razzismo e omofobia, l’acutizzarsi di problemi che riguardino i diritti delle donne (grande nemico dell’aborto è il trentanovenne pupillo del magnate…), rimane un dovere di chi si dice ed è di sinistra o comunista anche nella Repubblica stellata.

Le critiche radicali rimangono. Ma sbarrare la strada al deportatore Trump è prima di tutto una necessità di livello universale. Riguarda tutte e tutti. Indistintamente, da est ad ovest, da nord a sud del mondo. La destra globale va fermata: in tutte le forme che assume, in tutte le trasformazioni in cui si presenta.

MARCO SFERINI

19 luglio 2024

foto: screenshot ed elaborazione propria

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