La memoria dei desaparecidos. Intervista a Marco Bechis

Sopravvissuto alla dittatura di Videla il regista ha raccontato, da Garage Olimpo alla recente autobiografia “La solitudine del sovversivo”, il dramma degli “scomparsi”
Marco Bechis

La sua vita potrebbe essere la sceneggiatura di un film. Nato a Santiago del Cile il 24 ottobre 1955, cresciuto tra Brasile, Italia e Argentina, voleva fare il maestro elementare, ma, a causa della militanza politica, venne sequestrato il 19 aprile del 1977 e imprigionato in uno dei tanti, troppi, centri di detenzione illegale nell’Argentina di Videla. Salvato grazie alle conoscenze del padre, e per questo tormentato da un senso di colpa verso gli altri desaparecidos, torna in Europa. Si appassiona alla fotografia e si avvicina al cinema.

1. Marco Bechis durante l’intervista

Con quello sguardo realizza, tra l’altro, il più importante film sulle dittature sudamericane, Garage Olimpo, per poi testimoniare, sia a Milano sia a Buenos Aires, contro i suoi aguzzini. Il tutto è raccontato magnificamente della sua autobiografia “La solitudine di un sovversivo” (Guanda editore), cui rimando per ogni approfondimento.

Il suo nome è, ovviamente, Marco Bechis che oggi, a quarantasei anni da quel golpe, mi concede con grande disponibilità questa intervista.

Nell’Argentina in cui sei cresciuto c’era molto “cinema militante”, penso a Pino Solanas a Raymundo Gleyzer. Guardavi quei film?

All’epoca non mi occupavo molto di cinema. Volevo fare il maestro elementare. Volevo, soprattutto, fare la Rivoluzione. Andavo al cinema con una certa dose di “magia” per vedere delle storie. Poi quando ho iniziato a studiare cinema e a ragionare su come fare un film mi sono accorto che quella “magia” la stavo perdendo.

Detto questo il cinema di denuncia in Argentina e in Sud America tra gli anni sessanta e i primi anni settanta, molto militante e quasi didascalico, a me piace molto. L’ho sempre considerato molto moderno. Come il primo film di Solanas La hora de los hornos (L’ora dei forni), secondo me il suo capolavoro, quasi la pubblicità di slogan politici.

2. L’ora dei forni (1968) di Octavio Getino e Fernando Solanas

Da quella sperimentazione del linguaggio vengo anche io.

Un cinema politicamente efficace non è un film che parla di argomenti politici e nel “come” ne parla. È molto più rivoluzionario il primo film di Solanas, per come è stato concepito, rispetto a La noche de los lápices (La notte delle matite spezzate) che per me è un film pessimo, quasi pornografico. Chi lo ha raccontato era semplicemente un pubblicitario negli anni della dittatura.

Dopo la caduta del regime, infatti, i registi più potenti, quelli con i soldi e con i mezzi, erano quelli che avevano fatto carriera pubblicizzando merce mentre la gente scompariva. Quelle persone sono così diventate gli autori dei film più visti in Argentina in quegli anni da La notte delle matite spezzate e a La historia oficial (La storia ufficiale), che vinse anche un Oscar per l’argomento, non certo per come era fatto.

Anni dopo, nel 1999, ho girato Garage Olimpo, come lo sentivo io, che era contro La noche de los lápices e successivamente Figli /Hijos in risposta a La historia oficial.

3. Garage Olimpo, film simbolo della dittatura oggi proiettato nelle scuole argentine

Sono molto contendo che il 24 marzo, la data del colpo di Stato, nelle scuole argentine non si vede più La notte delle matite spezzate, ma Garage Olimpo. Forse perché restituisce più profondamente quel momento.

La questione del linguaggio è quindi fondamentale per definire un film politico: non basta parlare di un “argomento nobile” per essere catalogati correttamente in questo genere di film. Si può essere molto accomodanti anche parlando di problemi politici gravi.

Il tuo primo film, uno straordinario affresco tra paesaggi sconfinati e solitudine ambientato in Patagonia si intitola Alambrado che è traducibile con “recinzione”. Mi ha sempre incuriosito il fatto che un uomo che come te ha viaggiato molto, al punto di dichiarare che un aeroporto è il luogo dove ti senti più a tuo agio e sentirsi più “vicino al migrante che al milanese doc”, abbia scelto come titolo/soggetto del suo primo lungometraggio il tema di un “confine”…

Parto dalla tua visione. Ho incominciato a voler far cinema perché avevo bisogno di raccontare la storia che poi ho raccontato in Garage Olimpo. L’ossessione di un artista, ma anche quella di un sopravvissuto che sente l’urgenza di testimoniare quello che gli è accaduto, come scrivo nel libro, per la responsabilità che sente sulle spalle di essere vivo mentre gli altri sono scomparsi.

4. Alambrado (1991)

Ma nella mia prima fase cinematografica non ero pronto per Garage Olimpo e quindi ho deciso di partire da un luogo della mia memoria più lontano, che è la Patagonia. Era il luogo di mia madre, che è cresciuta nella Terra del Fuoco. Volevo ricreami questo inizio, con i luoghi della conquista, e tentare di scavare un po’ di più nell’essere argentino. Cosa voleva dire essere argentino.

C’è una chiave nel film che può, non dico spiegare, ma dare qualche luce sui motivi per cui una società piuttosto evoluta, in America Latina culturalmente all’avanguardia, con una popolazione all’ottanta per 80% di origine europea, quindi con tutti i valori che ne derivano, sia stata capace di sopportare una dittatura così cruenta con sistemi di eliminazione fisica così spietati.

Questa domanda c’è dietro quel film e non l’ho mai detto.

5. la famiglia di Alambrado

Secondo me la famiglia di Alambrado, il padre che vende dei quadri di cui non sa l’origine, ma sa che hanno un valore perché vengono dall’Europa, il figlio che cerca di imparare a memoria la Bibbia, non per motivi religiosi, ma perché vuole andare ad quiz televisivo, la figlia che si veste per farsi guardare come se fosse in città, ma mette la minigonna nel deserto, sono tutte delle rappresentazioni, ispirate ad un racconto di Borges “El evangelio según Marcos”, di una famiglia che aveva le forme di una civiltà di origine europea, in questo caso scozzese, che rimangono tali perché non hanno nessuna sedimentazione nella loro normale costruzione come individui.

Sono esseri senza radici o con radici vaghe quelli che, secondo me, hanno potuto perpetrare i crimini della dittatura. Non voglio fare l’equazione tra la famiglia di Alambrado e la famiglia di uno degli assassini di Garage Olimpo, ma la superficialità con cui la società argentina ha sopportato la dittatura, e parti l’hanno avvallata, fa parte di questa mancanza di coordinate. Il tema, comunque, meriterebbe un approfondimento maggiore.

Poi hai realizzato il “film manifesto” sulle dittature sudamericane: Garage Olimpo. Molte cose richiamano alla tua “esperienza”, ma non è un film biografico. Perché Garage Olimpo e non Club Atlético dove sei stato detenuto?

6. Garage Olimpo (1999)

Perché Club Atlético era un luogo fisico preciso mentre a me piaceva l’idea di astrarre, come ho fatto con la sceneggiatura e le riprese. L’Olimpo è esistito, il garage Orletti è esistito. Il titolo è l’unione di quei due luoghi veri per un luogo che non li definisce.

Il reale ricomposto, riarrangiato in altro modo. Tutte le cose che succedono in Garage Olimpo sono documentabili, forse meno un torturatore che timbra il cartellino, quella è una licenza poetica per sottolineare la burocrazia di un lavoro del genere che era considerato routine come in un ufficio o in una fabbrica. Sono state molte, ad esempio, le storie tra le detenute come Maria e il loro carceriere; sono state centinaia le madri uccise, o comunque raggirate, per prendersi gli averi e la casa.

Sul tema c’è un bel film appena uscito che ti consiglio. Si intitola Azor e affronta la dittatura militare da un altro punto di vista: un banchiere svizzero giunge in quegli anni in Argentina per curare gli interessi di un altro banchiere, scomparso, e scopre un grande patrimonio rubato alle famiglie dai desaparecidos.

7. Figli/Hijos (2001)

Lo abbiamo citato prima. Il tema dei desaparecidos ritorna nel successivo Figli/Hijos, con Stefania Sandrelli, che affronta un altro aspetto della dittatura: i figli strappati alle prigioniere e dati in adozione (spesso agli stessi militari).
Una dittatura che in Italia fu quasi sottaciuta. Cito un banale esempio: manifestazioni e interrogazioni contro la Coppa Davis nel 1976 in Cile, silenzio sui Mondiali di calcio in Argentina nel 1978 (nel libro ricordi la finale vista con tuo padre). Oltre ai legami con Licio Gelli e la P2, emersi con forza, perché questa differenza di “attenzione” secondo te?

Il sistema politico cileno, soffocato dal colpo di Stato di Pinochet, era un sistema politico parlamentare molto simile a quello italiano. Anche nei nomi dei partiti: socialista, comunista, democrazia cristiana. La reazione al crollo di un parlamento sotto il tallone della dittatura militare è stata automatica.

Quello che è successo in Argentina è stato strisciante, a partire dal fatto che i militari argentini rovesciarono un governo di estrema destra. Dopo un vagito di governo popolare, nel 1973 col ritorno di Cámpora si inasprì, infatti, lo scontro tra i movimenti guerriglieri convinti che avrebbero preso il potere e i militari che sequestravano i militanti della sinistra e li facevano trovare morti ai bordi delle strade. Una guerra costante tra i guerriglieri, quelli marxisti-leninisti di stampo “vietnamita”, e le bande paramilitari del governo.

8. Jorge Videla e la giunta militare argentina al potere dal 1976

Quando i militari presero il potere, vista da fuori, sembrava quasi fossero arrivati a mettere in ordine una situazione conflittuale, contrariamente a quando succedeva in Cile.

Difficile da capire anche politicamente. Il peronismo in Europa non lo capiva nessuno, e non credo lo si capisca oggi. Un movimento molto ambiguo dal punto di vista ideologico che includeva sia un’estrema sinistra di origine marxista sia un’estrema destra di matrice fascista, se non nazista. Era un movimento incomprensibile.

Quando sono tornato in Italia, negli anni del mondiale e anche prima, parlavo con i giornalisti di Panorama, quando era un giornale di sinistra, e nessuno capiva nulla. Io ero peronista idealmente di sinistra, perché capivo che la forza di un movimento popolare così grande, che ancora adesso regge le sorti del Paese, fosse lo strumento per la Rivoluzione.

Più in generale questa differenza di trattamento è per una facile identificazione che abbiamo. Succede anche adesso. Pensiamo a quanto poco ci siamo occupati della Siria o delle sorti di un africano che arriva in un barcone, mentre ci occupiamo di un ucraino, biondo dagli occhi azzurri, che arriva da un Paese che un giorno potrebbe entrare nella NATO. C’è una sproporzione. Mi preoccupo degli ucraini, ma penso che non siamo in grado di riconoscere le urgenze degli altri al di là della pelle, della cultura, della vicinanza che hanno con noi. Oggi c’è una miopia che c’era anche allora.

9. Il rumore della memoria (2013-2015)

Sei giustamente conosciuto le tue opere sull’Argentina, ma non sono le uniche. C’è un passaggio che scrivi nel libro che condivido molto “la memoria, se non serve nel presente a costruire un futuro, non serve a nessuno”.
Leggo in questa ottica leggo anche due tuoi documentari Il sorriso del capo, realizzato con inediti filmati della propaganda fascista e il ricordo di tuo padre Riccardo, e Il rumore della memoria (web serie poi divenuto un lungometraggio) che racconta il viaggio che hai fatto con Vera Vigevani Jarach, ebrea italiana emigrata in Argentina nel 1939 che ha vissuto due drammi: il nonno morto ad Auschwitz, figli desaparecida negli anni di Videla.
Penso a Birdwatchers – La terra degli uomini rossi che, sebbene di finzione, affronta il tema delle comunità indigene in Brasile (tra l’altro ho letto che Claudio Santamaria dopo il film si è interessato al tema). Sei in qualche modo testimone non solo della vicenda che ha vissuto direttamente, ma anche di queste…

In qualche modo si. Il mio procedimento è questo: scavo dentro di me, trovo degli argomenti, poi li sviluppo e li faccio diventare un film. Cosa c’era dentro di me? Come racconto nel libro c’era un’infanzia borghese, agiata in un Paese che viveva sulle ceneri della conquista e quelle facce “diverse” che vedevo intorno a me, incluso i volti delle cameriere che lavoravano a casa mia, sono diventate un argomento che ho voluto analizzare più profondamente. Mi sono accorto che dopo la tragedia dei desaparecidos nel continente, l’altro olocausto era stata la conquista dell’America.

10. Birdwatchers – La terra degli uomini rossi (2008)

Come affrontare quel tema? Lo potevo fare come Mission, dove due protagonisti bianchi sullo sfondo degli indigeni conducono una loro vicenda, oppure mettere al centro della storia veri indigeni che rappresentavano loro stessi in una trama ispirata alla loro vita.

Questa è stata la sfida: fare di duecento “indiani”, che non avevano mai recitato, i protagonisti, lasciando agli attori professionisti, Claudio Santamaria, Chiara Caselli, un ruolo secondario.

È stato difficile dirigerli?

Ci abbiamo messo sei mesi. Abbiamo fatto delle scuole di recitazione, abbiamo fatto capire come manovrare le pause e i silenzi, abbiamo fatto vedere Hitchcock e Leone. Un esperimento anche oggetto di una tesi di antropologia, perché quel modo di lavorare ha suscitato l’interesse degli studiosi.

Dopo “La solitudine del sovversivo”, che ha superato i semplici appassionati di cinema, spero di vederti presto al cinema. Grazie di tutto Marco.

Grazie a te per la tua passione.

MARCO RAVERA

redazionale


Bibliografia

La solitudine del sovversivo” di Marco Bechis – Guanda Editore

Immagini tratte da: immagine in evidenza foto da www.ilmanifesto.it e immagine della copertina “La solitudine del sovversivo” già manifesto della mostra video-grafica “Desaparecidos, dove sono?” di Marco Bechis; foto 1 tratta dalla registrazione dell’intervista; 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9 Screenshot del film riportato nella didascalia; foto 8 da it.wikipedia.com.
Le immagini sono di proprietà dei legittimi proprietari e sono riportate in questo articolo solo a titolo illustrativo.

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Corso Cinema

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