Jorge Sanjinés. Dal Che a Evo Morales

I diseredati e gli indigeni della Bolivia nei film del regista
Jorge Sanjinés

Gli Stati Uniti hanno sempre considerato il centro e sud America “il giardino di casa” e per gli USA avere una Rivoluzione nel giardino di casa era, ed è, intollerabile. Un anno prima della Baia dei porci, il 4 marzo 1960, ci fu un attentato nel porto de L’Avana. Una nave mercantile francese, La Coubre, venne sventrata da due esplosioni. Il giorno successivo Fidel Castro organizzò una cerimonia per commemorare le vittime dell’esplosione. Il Lider maximo, che accusò senza mezzi termini la CIA, era seguito dal suo fotografo personale Alberto Korda, all’anagrafe Alberto Dìaz Gutièrrez, che, con macchina Leica M2 e pellicola Kodak, fotografò il palco, la bandiera cubana, Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir presenti alla commemorazione, ovviamente Castro e lasciò due foto, la prima in orizzontale, la seconda in verticale, per immortalare, è davvero il caso di dirlo, l’allora Ministro dell’Industria del governo cubano: Ernesto “Che” Guevara.

1. Ernesto Che Guevara nella celebre foto di Alberto Korda

Quelle foto vennero pubblicate i giorni seguenti per poi finire nel dimenticatoio fino a quando lo stesso Korda decise di regalarle a Giangiacomo Feltrinelli. L’editore italiano usò quell’immagine come copertina del “Diario in Bolivia” del “Che” che proprio nel Paese sudamericano aveva perso la vita. Per pubblicizzare l’uscita del libro Feltrinelli realizzò, utilizzando lo stesso scatto, una serie di poster pubblicitari con cui tappezzò Milano. Da allora quella foto, ribattezzata “Guerrillero Heroico” è la più riprodotta al mondo anche se l’autore, Korda, non ci guadagnò mai un centesimo.

Ma cosa ci faceva Ernesto Guevara, argentino di nascita cubano di adozione, in Bolivia? I fatti sono piuttosto noti. Come tutti i paesi del Sud America, infatti, anche la Bolivia vantava una storia di “colpi di stato”, “giunte militari”, “aiuti della CIA”. Il primo presidente dopo l’indipendenza era stato Simòn Bolìvar, cui si deve il nome della nazione, ma dopo di lui per oltre un secolo il Paese era stato guidato da presidenti non certo progressisti. Una svolta ci fu solo tra il 1952 e il 1956 quando vennero eletti a capo del Paese Hernán Siles Zuazo prima e Víctor Paz Estenssoro poi, entrambi del Movimiento Nacionalista Revolucionario (Movimento Nazionalista Rivoluzionario, MNR), che avviarono la cosiddetta “Rivoluzione nazionalista”: posero fine alla schiavitù, promossero la scolarizzazione delle campagne, tolsero potere ai militari latifondisti, nazionalizzarono le miniere di stagno, istituirono il suffragio universale per tutta la popolazione adulta. Quell’esperienza, che col secondo mandato di Estenssoro era scivolata progressivamente a destra, venne interrotta da un colpo di stato voluto dalla CIA e guidato da René Barrientos. Ernesto “Che” Guevara era andato in Bolivia proprio per contrastare Barrientos. In quegli stessi anni stava muovendo i primi passi nel cinema il regista boliviano che più di altri è stato capace di raccontare quella terra, quelle lotte, quel popolo: Jorge Aramayo Sanjinés.

2. Jorge Sanjinés

Il futuro regista nacque a La Paz il 31 luglio 1936. Dopo aver studiato lettere e filosofia all’Universidad de San Andrés si trasferì in Cile per frequentare la Pontificia Universidad Catolica dove agli studi di filosofia aggiunse quelli sulla “settima arte”. Approfondì il pensiero di Karl Marx, scrisse poesie e canzoni, ma trovò proprio nel cinema la sua strada.

Sanjinés, dopo aver realizzato in Cile i primi cortometraggi – El bean (1957), Cobre (1958), La guitarra (1959) e El maguito (1959) – tornò, infatti, in Bolivia con la voglia di realizzare film capaci di contribuire al mutamento delle condizioni sociopolitiche del suo Paese. Il cinema a La Paz era giunto nel 1897, ma, se si escludono alcuni film a cavallo degli anni venti e trenta, una vera produzione nazionale si sviluppò solo negli anni del Movimiento Nacionalista Revolucionario grazie alla fondazione dell’Instituto Cinematogràfico Boliviano (ICB), che in quindici anni finanziò oltre 150 film. Molti drammi e tanti documentari (di propaganda). Nessuno di questi, tuttavia, affrontava la società boliviana con un’ottica di classe, nessuno metteva in risalto la condizione dei “nativi” che, pur essendo la maggioranza della nazione, erano ai margini della stessa.

Sanjinés, invece, cercò di mettere a fuoco quella realtà. Insieme all’amico scrittore Oscar Soria (che sarebbe poi diventato lo sceneggiatore di molti dei suoi film) creò il gruppo di lavoro Kollasuyo e una scuola di cinema (la Escuela Filmica Boliviana), con l’obiettivo di produrre un cinema indipendente e di ricerca, svincolato dalle forme e dai linguaggi del cinema occidentale. Con questa impostazione Sanjinés girò i documentari Sueños y Realidades (Sogni e realtà, 1961) per pubblicizzare la lotteria nazionale; Una dia Paulino (Un giorno Paulino, 1963) sul programma di sviluppo del governo targato MNR; Bolivia Avanza (1964) sulle riforme sociali e Revoluciòn (1964), opera collettiva, che mostrava le condizioni di vita degli ultimi, le crescenti lotte popolari e la repressione della polizia. Troppo. Il film venne proibito, nonostante questo vinse il Premio Speciale della Giuria al Festival di Viña del Mar e il Premio Joris Ivens al Festival Internazionale del Cinema di Lipsia, e la scuola di cinema di Sanjinés, sempre un po’ osteggiata, fu chiusa.

3. Revolución (1964)

I contrasti all’interno del Movimiento Nacionalista Revolucionario e lo scollamento con la base di riferimento favorirono in qualche misura il golpe di René Barrientos che, divenuto presidente, cancellò le riforme dei predecessori. Sul cinema, invece, il nuovo Presidente continuò la politica del MNR e nel 1964 nominò lo stesso Sanjinés a capo dell’Instituto Cinematogràfico Boliviano. Il primo film, Aysa (Frana, 1965) che descriveva le condizioni di lavoro dei minatori venne proibito. Seguirono, con alterne fortune, El Mariscal de Zepita (1965) e ventisette puntate del cinegiornale Aqui Bolivia. La svolta arrivò con la pellicola successiva. Era un lungometraggio, uno dei primi in Bolivia, il primo in lingua aymara, l’idiona degli “indios”. Era Ukamau.

L’uomo e la natura si fondono perfettamente sulle sponde del lago Titicaca fino a quando la nativa Sabina (Benedicta Huanca) viene violentata e uccisa dal mercante Rosendo Ramos (Néstor Peredo). Il marito Andrés Mayta (Vicente Verneros Salinas) medita vendetta e la natura, un tempo idilliaca, diventa il terreno dello scontro finale.

4. Ukamau (1966)

Partendo da un dramma passionale, interpretato da attori non professionisti, il regista mise in evidenza la vita dei “nativi americani”, degli “indios”, con una forte critica alla società. Posizione che non piacque, ovviamente, al nuovo governo boliviano che bloccò il film e destituì Sanjinés dall’incarico di presidente dell’Instituto Cinematogràfico Boliviano; ente che Barrientos chiuse definitivamente nel 1968.

Ukamau, traducibile con “Cosi è”, lasciò comunque il segno venne proiettato a Cannes, fu elogiato da Georges Sadoul (in una delle sue ultime recensioni) e divenne il nome del nuovo gruppo cinematografico del regista e dell’amico Oscar Soria (La Paz, 28 dicembre 1917 – La Paz, 14 marzo 1988) cui si unirono anche Antonio Eguino (La Paz, 5 febbraio 1938) e Ricardo Rada.

5. René Barrientos

Ma la Bolivia, se si esclude un breve avvicendamento con Alfredo Ovando Candia, era saldamente nelle mani di René Barrientos che aveva inasprito il suo regime, quasi simbolicamente aveva nominato il nazista Klaus Barbie, conosciuto come “Il boia di Lione”, presidente della società di navigazione boliviana (Transmaritima), e stava soffocando la guerriglia guidata da Ernesto “Che” Guevara che venne ucciso il 9 ottobre 1967. La mano fu quella del sergente Mario Terán, la testa quella del generale Barrientos e degli Stati Uniti che agivano in Sud America da un lato brutalmente con la CIA dall’altro più “delicatamente” con operazioni quali l'”Alianza para el Progreso” (denunciata da Raymundo Gleyzer) o l’azione dei “Peace Corps” che, sotto forma di aiuti umanitari, cercavano di dominare l’area.

Sanjinés decise di denunciare col successivo film queste ingerenze nella vita boliviana. Nacque Yawar Mallku che in lingua quechua, altro idioma delle Ande, vuol dire Sangue di Condor (noto anche coi titoli internazionali Sangre de Condor e Blood of the Condor). Le riprese si svolsero nella remota comunità montana di Kaata a quattromilacinquecento metri di altezza e si conclusero il 27 aprile 1969, il giorno della misteriosa morte di Barrientos in un incidente aereo. Quel giorno, come ricordò il regista, fu un giorno di festa per la Bolivia, ma il film non ebbe vita semplice.

6. Yawar Mallku (1969)

In un paese delle Ande boliviane il governo apre un centro del “Cuerpo del Progresso” (il riferimento esplicito è ai “Peace Corps”) formato da medici stranieri che anziché curare le donne indigene le sottopongono a sterilizzazione. Ignacio Mallku (Marcelino Yanahuaya), capo della comunità la cui moglie Paulina (Benedicta Mendoza) ha subito la sorte delle altre giovani donne, capisce il crimine e guida la rivolta contro il centro medico. La repressione della polizia è violentissima. I “nativi” vengono messi al muro e fucilati. Muoiono quasi tutti. Ignacio, gravemente ferito, viene portato in un ospedale de La Paz da Paulina. Nella capitale vive il fratello Sixio (Vicente Verneros Salinas) che ha lasciato la comunità in cerca di fortuna. Ma le difficoltà, anche linguistiche, il disinteresse dei medici e la mancanza di sangue per la trasfusione portano alla morte di Ignacio. Sixio, colpito, decide di ritornare nelle Ande e imbracciare le armi contro l’imperialismo.

Ispirato ad una storia vera Yawar Mallku è uno dei film militanti più potenti di sempre che andò a rafforzare l’idea stessa del “Terzo cinema” affiancandosi ai lavori, per rimanere al Sud America, di Fernando Solanas, Glauber Rocha, Raymundo Gleyzer. Un film capace di veicolare un messaggio ideologico-politico molto forte con capacità estetiche e scelte stilistiche (l’uso del flashback di ispirazione europea) notevoli e per certi versi inedite.

7. la scena finale di Yawar Mallku

Sangre de Condor fu subito censurato dal successore di Barrientos, l’integralista Luis Adolfo Siles Salinas. Studenti, giornalisti e intellettuali si ribellarono e iniziarono a manifestare sotto il consolato USA. Quando la polizia riuscì a disperdere la folla con idranti e gas, Yawar Mallku, scritto sui muri dai manifestanti, era ormai diventato un grido di rivolta. Salinas fu così costretto ad una rocambolesca “retromarcia” e il film uscì nelle sale. Ma fu solo grazie ad una diffusione militante che la pellicola arrivò ai boliviani. Poco capito dai contadini delle zone rurali che non comprendevano l’uso del flashback per la narrazione, il secondo lungometraggio di Sanjinés ottenne un tale successo che i “Peace Corps” smisero ogni attività in Bolivia per poi essere espulsi dal Presidente Juan José Torres González, unico generale di “sinistra” nella storia del Paese.

Yawar Mallku, oltre a diventare un punto di riferimento per il cinema sudamericano, portò il regista ad ottenere importanti riconoscimenti in Europa dal festival di Valladolid a quello di Venezia. Forte di questo successo Sanjinés continuò la sua critica al “sistema” e nel successivo Los caminos de la muerte descrisse l’assassinio di un sindacalista. Realizzato nel 1970 il film venne inviato per lo sviluppo del negativo in un laboratorio dell’allora Germania Ovest, ma un incidente rovinò irrimediabilmente il film. Con ogni probabilità non fu un caso. Il regista, marxista dichiarato, che affrontava problematiche sociali, portava la voce e i volti dei poveri, in un Paese dominato dai militari, si era attirato più di un’antipatia (per usare un eufemismo).

8. El coraje del pueblo (1971)

Ma nonostante l'”incidente” e l’amarezza per un film che non vedremo mai, Sanjinés non si scoraggiò e portò sul grande schermo due episodi della recente storia boliviana nel successivo El coraje del pueblo o La noche de San Juan (Il coraggio del popolo o La notte di San Giovanni, 1971). Il film, coprodotto dalla RAI, mostra il massacro di Catavi del 1942 in cui il governo dell’epoca ordinò alle truppe di sparare sui minatori in sciopero e sulle loro famiglie, e l’attacco, avvenuto la notte di San Giovanni del 1967 (24 giugno), dell’esercito ai lavoratori, riuniti nella Federación Sindical de Trabajadores Mineros de Bolivia, che stavano discutendo l’appoggio alla guerriglia di “Che” Guevara.

Il film non ricostruì semplicemente due episodi storici, ma fornì una chiara indicazione politica e sociale della situazione che portò a quelle stragi raccontate, in parte, dai sopravvissuti. Tra questi da segnalare la testimonianza di Domitila Barrios de Chungara (Catavi, 7 maggio 1937 – Cochabamba, 13 marzo 2012) figura leggendaria della storia boliviana, grazie alla sua forza, alla sua determinazione il Paese uscì dalla dittatura. Alla sua morte vennero dichiarati tre giorni di lutto nazionale.

9. Domitila Barrios de Chungara

Il ritorno alla democrazia, tuttavia, era ancora lontano. Il presidente, militare, ma in qualche misura progressista, Juan José Torres González venne spodestato con un colpo di stato finanziato dagli Stati Uniti e guidato dal generale Hugo Banzer, tra i protagonisti della famigerata Operazione Condor che avviò una feroce repressione. Torres González venne ucciso nell’Argentina di Videla il 2 giugno 1976, pochi giorni dopo il rapimento di Raymundo Gleyzer. A Sanjinés, in Europa per presentare El coraje del pueblo, venne intimato di non tornare.

Il regista iniziò così un lungo periodo di esilio che lo portò prima in Cile, in Ecuador e in Perù dove realizzò Jatun auka (El enemigo principal, 1973). Nel villaggio di Tankuy, gli agricoltori vengono spinti all’azione rivoluzionaria contro l’imperialismo statunitense dopo che uno di loro, un uomo indigeno, è stato brutalizzato da un proprietario terriero.

La lotta contro l’imperialismo e il ruolo degli indigeni fu anche il tema del successivo Llocsi caimanta (Fuera de aquí, 1977-1981). Una comunità rurale delle Ande ecuadoriane si trova improvvisamente ad affrontare una disputa sulla terra con i rappresentanti legali di una grande azienda. La scoperta di ricchissimi giacimenti minerari nel territorio è motivo dell’offensiva avida su quei luoghi, dove la comunità vive da tempi immemorabili.

10. Llocsi caimanta (1977)

Dopo un lungo soggiorno in Francia, la cineteca nazionale nel 1979 dedicò al regista una retrospettiva, nel 1984 Jorge Sanjinés tornò in Bolivia che, con tutti i limiti del caso, aveva avviato un processo democratico. Il regista prima prese parte alla fondazione, insieme alla giornalista e sua collaboratrice Beatriz Palacios e al Premio Nobel Gabriel García Márquez, della Fundación del Nuevo Cine Latinoamericano, poi tornò dietro la macchina da presa per realizzare Las banderas del amanecer (1984) che raccontò le lotte popolari che avevano reso possibile la destituzione dei militari.

Nel successivo La Nación Clandestina (1989) Sanjinés tornò a descrivere la società attraverso gli occhi di un singolo protagonista.

Sebastián Mamani (Reynaldo Yujra) torna nella comunità nativa aymara, dalla quale era stato espulso, portando con se la grande maschera della morte, per ballare fino allo stremo, in una sorta di espiazione dei peccati che hanno causato il suo esilio e come modo per rinascere nella loro identità culturale perduta.

11. La Nación Clandestina (1989)

La pellicola si aggiudicò numerosi premi, tra questi il Premio “Glauber Rocha” all’XI Festival Internazionale dell’Avana, Cuba.

Di diverso approccio, in parte autocritico, fu, invece, Para recibir el canto de los pájaros (1995), realizzato con Geraldine Chaplin, in cui un gruppo di giovani registi giunge in una comunità indigena per girare un film sui conquistatori spagnoli del XVI secolo. Nel loro comportamento e nel loro desiderio di convincere gli abitanti della regione a collaborare con loro, riproducono gli stessi difetti e pregiudizi che intendevano criticare nel loro film.

La Bolivia benché tornata formalmente alla democrazia (Banzer era stato eletto Presidente nel 1997 e morirà nel 2002 da uomo libero) continuava ad essere quella descritta dal regista: “Noi viviamo nel continente della fame, delle infermità curabili che però non ci vengono mai curate, nel continente della morte prematura. Siamo dentro questo continente il Paese più desolato. Qui l’uomo vive meno che in qualsiasi altra parte; qui i bambini che nascono hanno nella maggioranza scarsa possibilità di sopravvivere a questa carneficina immisericordiosa, feroce e cinica che si chiama sottosviluppo; a questa carneficina bianca che costa più vite di una guerra”.

Sanjinés portò così un nuovo atto di accusa verso la politica boliviana nel successivo Los hijos del último jardin (2004), la storia di cinque giovani che schifati dalla corruzione nel Paese decidono di farsi giustizia da soli, ma le cose non vanno come previsto e sono costretti a lasciare La Paz per rifugiarsi in una comunità aymara.

12. Insurgentes (2012)

Le comunità degli indigeni che stavano per compiere un’autentica rivoluzione. Nel 1987 era stato fondato il Movimiento al Socialismo che, dopo alterne fortune elettorali, ma con un programma chiaro che metteva al primo posto l’uguaglianza tra le diverse etnie, al secondo la lotta alla corruzione e al terzo la nazionalizzazione delle risorse, il 18 dicembre del 2005 era riuscito ad eleggere il Presidente della Repubblica con il 53,74% dei voti. Era un sindacalista e, soprattutto, era un “indio”. Il primo “indio” Presidente della storia della Bolivia. Era Evo Morales.

Per Sanjinés che aveva lottato con i suoi film, e non solo, per decenni per gli indigeni e contro il neocolonialismo USA fu il coronamento di un sogno. Iniziò così a scrivere una nuova sceneggiatura Insurgentes (2012) che ricostruisce i momenti storici cruciali della lotta dei popoli indigeni della Bolivia, dal colonialismo spagnolo all’oppressione militare, fino all’elezione di un indigeno alla Presidenza. Il film ottenne diversi premi, soprattutto in Sud America, tuttavia il riconoscimento più grande fu la presenza di Evo Morales alla presentazione.

13. Evo Morales e Jorge Sanjinés

Ma per Sanjinés la voglia di raccontare la Bolivia non si è ancora esaurita. Nel 2016 è uscito Juana Azurduy, Guerrillera de la Patria Grande che riprende un episodio storico durante la presidenza di Bolívar. È, infine, in fase di post produzione Los Viejos Soldados, tratto da un romanzo dello stesso regista, che narra l’amicizia durante la Guerra del Chaco (conflitto tra Bolivia e Paraguay nei primi anni Trenta) tra un giovane bianco e un contadino aymara.

Jorge Sanjinés, autore anche di poesie, romanzi, articoli e saggi, con i suoi film e soprattutto con la “trilogia” composta da Ukamau, Yawar Mallku e El Coraje del Pueblo, ha descritto le condizioni di vita, il costume sociale e i risvolti politici ed economici della Bolivia. Ha raccontato la rivoluzione del “Che” e quella di Morales. In Italia è pressoché sconosciuto, ma per il “Times” Sanjinés è tra i registi che hanno fatto la storia. Non quella del cinema, proprio la Storia.

MARCO RAVERA

redazionale


Bibliografia

“Towards a Third Cinema” di Charu Nivedita – Zero Degree Publishing
“Guida al film” a cura di Guido Aristarco – Frabbri Editori
“Storia del cinema” di Gianni Rondolino – UTET
“Il Mereghetti. Dizionario dei film 2021” di Paolo Mereghetti – Baldini & Castoldi

Immagini tratte da: immagine in evidenza foto da www.lostiempos.com e Screenshot del film Yawar Mallku; foto 1, 5 da it.wikipedia.com; foto 2 da festivalbiobiocine.cl; foto 3, 4, 6, 7, 8, 10, 11, 12 Screenshot del film riportato nella didascalia; foto 9 da www.lostiempos.com
Le immagini sono di proprietà dei legittimi proprietari e sono riportate in questo articolo solo a titolo illustrativo.

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